Ecco l'articolo in questione:
E Mazinga se ne va in pensione. Tanto meglio perché forse faceva male ai bambini. Durante gli anni del boom suo e dei suoi consimili Jeeg, Ginguiser, Astrorobot, Astroganga e mille altri, si erano scatenate le polemiche da parte di animosi comitati di mamme che denunciavano il dilagare della violenza dei nuovi cartoni animati sostenendo che, oltre che profondamente diseducativi, potessero anche risultare nocivi al subcosciente del piccoli telespettatori. Gli psicologi risposero che in linea di massima l'effetto più evidente e immediato di Mazinga e compagni era quello di alimentare un'industria del giocattolo che per qualche anno invase le vetrine con robot di ogni tipo e prezzo caduti in disgrazia attorno all'82 e quest'anno inspiegabilmente ritornati in auge. Poi qualcuno fece notare (chi ha figli sui sette anni può fare una semplice verifica a casa) che gli incubi notturni dei bambini cresciuti a colpi di cartoni-robot giapponesi sono popolati di mostri spaziali e astronavi e il partito degli anti-Mazinga sembrò aver ottenuto, anche se tardi, un riconoscimento delle sue ragioni. La realtà secondo altri però è diversa: gli incubi infantili ci sono sempre stati, e la loro «lettura» in chiave di cartoni animati robotizzati è soltanto il frutto di una rielaborazione che i bambini, da svegli, mettono in atto per meglio chiarire e in qualche modo «dominare» le loro paure inconsce. I contestati robot orientali comunque sono finiti sulle tv private di seconda schiera, mentre Rai e network berlusconiani, attentissimi (soprattutto gli ultimi) ad evitare di urtare la sensibilità delle famiglie, si sono orientati su avventure disegnate di tutt'altro tipo.
Tra Raiuno, Raidue, Rete 4 e Italia 1, la settimana televisiva media propone un totale di quasi 24 ore consecutive di cartoni animati, generalmente programmati attorno alle 16 e prodotti nel novanta per cento dei casi dalla giapponese Toei, azienda leader nel settore, che da un decennio ha stracciato anche negli Stati Uniti la supremazia delle nordamericane Walt Disney e Hanna & Barbera. I bambini italiani trascorrono mediamente ottocento ore all'anno a scuola, mentre ne passano mille circa davanti alla tv. Di queste mille ore la maggior parte è dedicata al consumo di cartoni animati, secondo una classifica abbastanza verosimile che vede al primo posto dell'audience il network Italia 1 e agli ultimi posti il grande calderone delle tv locali, alcune delle quali pomeridianamente toccano primati di quattro ore filate di cartoni. Se Raiuno, per scelta precisa, dopo le polemiche anti-robot rifiuta di mandare in onda prodotti giapponesi (attualmente il primo canale nazionale programma un solo cartone, il noiosissimo Richie Rich, storielle comiche di un bambino multimiliardario firmate da Hanna & Barbera), tutti gli altri canali di norma acquistano materiale dalla Toei di Tokyo. Ne derivano effetti anche curiosi, primo di tutti quello della crescente «femminilizzazione» dei cartoni. In Giappone si è scoperto che sono più le bambine dei bambini a guardare i cartoni. Conseguentemente la Toei ha prodotto più storielle per bambine che storielle per bambini.
Il cartone delle 20 di Italia 1 da mesi vede alternarsi, un giorno l'una, un giorno l'altra, due vicende diverse con protagoniste femminili, storie d'amore di norma complicatissime e situazioni da telenovela brasiliana sovente rubacchiate alla letteratura minore europea del secolo scorso (sulla quale, com'è noto, non si pagano diritti d'autore). In questi giorni si parla di Maya, giovanissima aspirante attrice che per realizzare il suo sogno scappa di casa, si unisce alla compagnia di un'ex diva in decadenza professionale e fisica, è corteggiata da un anonimo ammiratore (che si rivelerà nel finale) e arriva al successo facendo la parte della bambina cieca e sordomuta in «Anna dei miracoli». Nelle settimane scorse l'eroina dell'ora di cena si chiamava invece Lady Georgie, si struggeva per amore, causava la morte di crepacuore della mamma, e girava travestita da uomo (per nascondersi) suscitando involontariamente la passione di una ragazza. Al pomeriggio, sempre su Italia 1, il top del gradimento è rappresentato da Pollon, vicenda incentrata stavolta nientemeno che sulla figlia di Apollo, fra dei greci che ricordano i marvel-man dei fumetti statunitensi, dotati di ultrapoteri e piuttosto dispettosi, ma Nanà Supergirl tiene bene, e non si è ancora spento l'eco del crudelissimo Mimi e la nazionale di pallavolo, terribile vicenda di studentesse impegnate in un torneo di pallavolo al quale debbono subordinare affetti, ambizioni e qualsiasi altro aspetto della loro vita come tante samurai in gonnella.
Canale 5 non manda in onda cartoni animati da anni, mentre Rete 4 alterna un po' di Giappone ai vecchi best-seller americani alla Uomo ragno e Flash Gordon, passati in secondissimo piano nei gusti infantili che, avventura per avventura, preferiscono orientarsi sul telefilm d'azione per i più piccoli alla A-Team o Hazzard. Raidue ha abbandonato da tempo il Giappone, e il suo attuale Il cucciolo, vanta il marchio Mgm ed è un ennesimo romanzone a puntate imperniato sulle vicende di Jody, povero figlio di farmer statunitensi dell'Ottocento. La curiosità maggiore nel campo dei cartoni viene sempre dalla Toei e non apparirà mai sul nostri televisori. Si tratta di un serial per bambini dal nome impronunciabile che assomiglia a Cuore (già tradotto in cartone dalla stessa casa con sfondi torinesi e qualche perdonabile svarione) ma visto in chiave boccaccesca per i figli di un Paese dove i tabù sessuali sono questione di educazione e non di morale. C'è una maestra che è una sorta di bomba del sesso, e ci sono alunni porcelloni che si divertono in mille modi a costringerla ad estemporanei strip. In Giappone lo programmano al pomeriggio, da noi andrebbe in onda dopo mezzanotte.
Forse non avevano ben compreso come i cartoni robotici fossero ancora seguitissimi nelle private e come abbiano caratterizzato la vita dei bambini dell'epoca sino alla prima metà degli anni 90.